Aldo Severino: “rinunciamo al riconoscimento di città d’arte”

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In relazione alla deregulation sugli orari di apertura dei negozi la Confesercenti di Angri esorta l'amministrazione comunale a non disporre l'attuazione della legge nazionale eliminando ove possibile il titolo di Città d'Arte . L'apertura ulteriori degli orari dei negozi crerrebbe secondo il direttivo presieduto da Aldo Severino ulteriori problematiche alle micro imprese commerciali.

Aprire h24 non è sinonimo di incremento di affari! Come noto la legge 15 luglio 20011 n. 111, recante “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” ha introdotto nuove disposizioni in materia di orario delle attività commerciali e dei pubblici esercizi. La norma, presentata come provvedimento utile al rafforzamento ed alla qualificazione dell’offerta turistica, di fatto, come già denunciato dalla nostra Associazione, potrebbe portare ad una, pressoché, totale liberalizzazione degli orari delle attività commerciali e dei pubblici esercizi.

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Tutti sono a conoscenza del fatto che per le località turistiche e le città d’arte anche la vecchia normativa consentiva ampie possibilità di deroghe, di cui Regioni e Comuni si sono abbondantemente avvalsi individuando e delimitando le zone ed i periodi nei quali attuare le deroghe. Con la nuova norma vengono eliminate le “restrizioni territoriali e temporali”. Vale a dire che per tutti i Comuni classificati turistici, al di là della stagionalità (invernale o estiva), la deroga varrà per 365 giorni all’anno e per tutto il territorio comunale. Stesso trattamento per le città classificate “città d’arte” (praticamente tutte le città capoluogo di provincia italiane) per le quali la possibilità di apertura, per 24ore e per 365 giorni all’anno, sarà estesa a tutto il comune, periferie comprese. Un grande regalo a favore della Grande Distribuzione ed una mazzata al tessuto della piccola e media impresa.

La scelta del Governo di inserire, nelle disposizioni in oggetto, una modifica, in via sperimentale (!) alla disciplina degli orari delle attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande nei comuni turistici e nelle città d’arte, non è certamente coerente con l’attuale riparto di competenza, così come derivante dalla riforma del titolo V della costituzione risultando, per questo, di dubbia legittimità costituzionale.

Tantomeno un intervento di tale portata può essere giustificato a motivo della competenza esclusiva in materia di tutela della concorrenza, attribuita allo stato. In base alla nuova norma, le Regioni e gli Enti locali dovranno adeguare le proprie disposizioni legislative e regolamentari entro la data del 1° gennaio 2012. Occorre ora che con tempestività, coinvolgendo le stesse Confesercenti locali, si promuavono incontri con le Giunte Regionali per fare approvare ordini del giorno tesi a contrastare l’entrata in vigore al provvedimento di cui all’oggetto. La Confesercenti Nazionale si è attivata con la Presidenza della Conferenza dei Presidenti delle Regioni per rappresentare, attraverso la Conferenza Unificata Stato Regioni, l’illegittimità costituzionale e la illogicità economica e sociale del provvedimento.

La stessa situazione economica del paese, la stagnazione dei consumi, la ridotta capacità di spesa delle famiglie, stanno ad indicarci quanto non necessaria e certamente dannosa possa essere una rincorsa alle aperture perenni Chi teorizza un aumento del PIL dell’1% grazie alla deregulation degli orari, non considera che la torta della spesa “non lievita” con aperture più ampie. Con le aperture domenicali e festive si trasferiscono importanti quote consumi dagli esercizi tradizionali alle grandi concentrazioni commerciali. Senza nessun vantaggio per i consumatori, ma con l’unico certo effetto di depauperare ulteriormente il tessuto commerciale nelle città e nei quartieri.

Piccole e medie imprese che chiudono e città e quartieri più poveri, meno vivibili. Considerati alcuni comparti del dettaglio, quelli più sensibili alle dinamiche strutturali e congiunturali in atto, con la liberalizzazione degli orari, stimiamo che in un triennio si perderebbero circa 30.000 esercizi (10.000 del comparto alimentare, 10.000 del tessile abbigliamento e 10.000 fra ferramenta, cartoleria, fiori e piante).

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