Quando le distanze erano difficili da percorrere, quando la pubblicità televisiva quasi non esisteva, quando la gente pensava a lavorare piuttosto che a perdere tempo, esisteva un modo per promuovere prodotti in particolari periodi dell’anno: la fiera. Non era un mercato rionale o settimanale, era un evento che richiamava l’attenzione di tutti i residenti, particolarmente quelli che vivevano lontano dal centro abitato e che aspettavano tutto l’anno un momento di svago e un modo per poter spendere un po’ di soldi guadagnati con tanta fatica.
Nelle fiere c’erano espositori di ogni genere: alimentari, abbigliamento, attrezzi, ma quelli che attiravano particolarmente le attenzioni di tutti erano gli imbonitori che presentavano nuovi prodotti ed invenzioni di varia natura. Giocattoli originali, marchingegni futuristi, utensili da cucina, e tutti promettevano di migliorare la vita. Con l’avvento della comunicazione di massa, le novità hanno perso di interesse perché si potevano trovare ogni giorno in televisione e poi sul web, e le fiere sono andate a scomparire anno dopo anno.
Ma c’è un momento in cui sembra di tornare indietro nel tempo, almeno qui ad Angri. Ogni cinque anni infatti, ho l’impressione che le fiere di un tempo tornino improvvisamente attuali e, frequentatissime da imbonitori di varia natura, propongano mirabolanti cambiamenti, promesse che, in altri momenti improponibili, improvvisamente sembrano realizzabili e a portata di mano: è la campagna elettorale. C’è da dire anche che, se una volta erano i cittadini ad andare alle fiere, in campagna elettorale è “la fiera delle illusioni” che, come un carrozzone, si sposta lungo le strade del paese.
Schiere di candidati che sciamano di casa in casa; bar frequentatissimi da “generosi” futuri amministratori pronti ad offrire caffè a chiunque entri; maghi della macchina comunale dispensatori di posti di lavoro, di case popolari; risolutori di problemi di qualsiasi natura: è il tempo per sognare e sperare. E, se dal punto di vista degli elettori, la fiera è da considerarsi delle illusioni, capovolgendo la prospettiva, e guardandola dalla parte dei candidati, la fiera diventa delle vanità: la vanità di sentirsi capaci di raccogliere preferenze, anzi, di pretendere di essere i preferiti.
Peccato che ogni potenziale elettore può “spendere” un solo voto, lo può promettere a tutti ma alla fine potrà “preferire” una sola proposta “commerciale” tra i tanti imbonitori matricolati o di primo pelo. E, se come diceva Totò, “…è la somma che fa il totale”, all’apertura delle urne i conti non torneranno a parecchia gente: tutti bravi a moltiplicare preferenze prima del voto, tutti tristemente obbligati a ridimensionare le loro aspettative il lunedì pomeriggio. Ma si sa, alle elezioni si può vincere, ma non si perde mai, al massimo si pareggia…

