Anche quest’anno è arrivata la primavera. Certo l’aria è ancora un po’ fresca, specialmente al mattino presto, e durante il giorno le nuvole continuano a rincorrersi dando vita a quella variabilità propria del mese di marzo. E, se qualche giorno fa avete casualmente alzato gli occhi verso il Vesuvio, avrete certamente notato il classico “cappello bianco” dovuto ad una spruzzata di neve, poi sparita con l’andare delle ore: l’ultima neve di primavera.
Ad Angri era in funzione una sala cinema teatro tra le più conosciute e frequentate di tutto l’agro nocerino sarnese: il cinema Minerva. A via Zurlo è ancora ben visibile l’insegna luminosa (spenta da anni) che attirava spettatori come falene (che bruciavano al fuoco della macchina da proiezione). Non c’era giorno della settimana che non vi fosse l’andirivieni di chi entrava ed usciva negli orari dedicati agli spettacoli. Film, rappresentazioni teatrali, sceneggiate napoletane, concerti musicali, tutto contribuiva a rendere la sala Minerva un importante polo attrattivo sia culturale che ricreativo.
Quando c’erano delle proiezioni ritenute più “meritevoli” i manifesti pubblicitari venivano affissi un poco ovunque, compariva anche un grande “tazebao”, sulla piazzetta di fronte, ed era praticamente impossibile non notare il titolo del film, la grande immagine che lo accompagnava, con i giorni e gli orari degli spettacoli. Uno dei generi cinematografici che colpivano di più l’immaginario collettivo (e ancora oggi, purtroppo, è così), raccontava le tragedie. Film strappalacrime dove il protagonista puntualmente moriva alla fine: malattie, omicidi, suicidi, incidenti stradali, tutto contribuiva ad accendere la partecipazione emotiva del pubblico in sala.
Una sera, ciondolando per strada, quasi ci sbattei la faccia contro, al manifesto pubblicitario spillato sul tazebao: un bambino sorridente, un papà affettuoso (ma vedovo), montagne sullo sfondo, un sole fulgido ed un titolo poetico “L’ultima neve di primavera”. Ma quello che colpiva come un pugno allo stomaco, era la breve descrizione della trama: “Peccato papà, non rivederti più”. Il dolore è la partecipazione emotiva, si leggevano sulla faccia degli spettatori che lasciavano la sala al termine del film, si sa che la sofferenza, le tragedie, le angosciose vicende, toccano le corde più sensibili e restano come sospese nell’aria che ognuno di noi respira, ed era “solo” finzione. Da che mondo è mondo, il cinismo (perché secondo me si tratta di questo) mascherato da sensibile empatia, rappresenta il pane quotidiano delle conversazioni che si tengono al bar, dal barbiere, dal parrucchiere, in piazza; ed oggi sui social. Ed era solo un film di fantasia.
Quando poi la realtà supera la fantasia, il suddetto cinismo va oltre la soglia della mia sopportazione.
La tragedia, la morte, il dolore, come spettacolo reale da documentare, da condividere; immagini che fanno rabbrividire, accapponare la pelle, ma che si devono possedere e mostrare; essenziale essere presenti nella catena di distribuzione, sentirsi parte della vicenda come testimoni ed avere la possibilità di raccontare con dovizia di particolari, più degli altri: questo è il nuovo filone strappalacrime, pregno di sospiri e commenti addolorati ed accorati. Il confine che separa il più becero cinismo dalla solidale partecipazione emotiva, è sottile, troppo sottile, tanto da scomparire alla vista dei meno attenti.
Io, questo ennesimo “reality”, non lo voglio vivere, né voglio partecipare come spettatore, neanche gratis; e, per non essere tacciato di essere senza cuore ed insensibile, il più delle volte, dolorosamente abbozzo, mi fingo interessato ed annuisco, alla miseria umana ed alla disumanità di tanta gente che calpesta ignominiosamente il dono della vita ed il rispetto verso gli altri.

